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L’EPOCA POSTGLACIALE E LE PRIME POPOLAZIONI DEL TERRITORIO

Con lo scioglimento dei ghiacci comparvero primi animali di tipo marino: pesci e molluschi. quindì rettili come lariosauri e mosasauri, i cuiresti pietrificati sono stati rinvenuti nelle rocce del Resegone e della Grigna. Divenuto il clima più caldo, emersero le terre e nelle vallatecomparvero rinoceronti, orsi, qualche traccia dei quali si ebbe al Buco del Piombo, sopra Erba e alla grotta di Laorca sopra Lecco.
L’uomo apparve parecchie migliaia di anni dopo; ma i primi segni di vita non sono molto antichi e risalgono a circa 2500 anni prima della nascita di Cristo.
All’inizio l’uomo abitò sulle alture e ci sono armi e oggetti in pietra trovati sopra Magreglio, Civate e Baiedo in VaIsassina. In seguito, allafine del periodo neolitico, si sviluppa la cosiddetta "civiltà di Polada", stabilita su villaggi di palafttte. Le esplorazioni di Antonio Stoppani, di Castelfranco e Regazzoni portarono alla luce intorno al lago di Pusiano dei resti di palafitte presso Rogeno (con molte selci lavorate e a Casletto. Altre palafitte furono localizzate alle estremità delI’isolino dei Cipressi, uno scoglio calcareo affiorante dal lago di Pusiano.
Più ricco il materiale della torbiera di Bosisio denominata il "Pascolo" sepolto almeno da due metri di torba e localizzato in genere sui margini della torbiera: nella parte occidentale si trovò molta paglia carbonizzata, poi, nel 1865 un resto di palafitta formata da pali verticali conficcati nel fondo ed altri orizzontali sovrapposti ai primi.
Al Pescherino, tra Malgrate e Lecco, lo Stoppani scoprì nel 1863 i pali che sostenevano il ponte di collegamento tra la terraferma e il villaggio. Probabilmente del tipo che si usava dentro l’acqua e cioè fondato su alti pali verticali soltanto.

LA DIFFUSIONE DEL CRISTIANESIMO

Circa la diffusione del Cristianesimo fra noi, mentre non è da escludere che qualche famiglia cristiana vi si trovasse già dal III secolo, la massa si convertì assai tardi.
Non si pensi tuttavia che sorsero subito molte parrocchie nella diocesi. Dapprima il vescovo esercitava direttamente la cura pastorale anche sui nuovi centri cristiani, in seguito quando crebbe il numero dei cristiani e la distanza e la scarsità e le difficoltà delle vie di comunicazione rendevano gravoso ed insufficiente il lavoro di uno solo, sorsero nei luoghi più importanti le parrocchie rusticane o rurali, sotto il governo dei presbiteri o sacerdoti.
Queste parrocchie presto estesero la loro benefica influenza ai villaggi circostanti, che già da esse dipendevano per l’amministrazione civile e giudiziaria. Però le funzioni di culto continuarono a celebrarsi solo nelle chiese dei centri, cui si recavano i fedeli del luogo e quelli dei villaggi limitrofi: perciò furono dette plebane o battesimali, poi chiese matrici e infine pievi.
Furono dette plebane (da plebs= popolo), battesimali perché in questi centri accanto alla chiesa principale sorgeva il battistero o chiesa battesimale, dove convenivano i catecumeni, o aspiranti al battesimo, di tutto il territorio, specialmente nelle vigilie di Pasqua o di Pentecoste, per ricevere il Sacramento; in seguito vi si portarono i neonati, quando verso la fine del secolo XI si introdusse l’uso di battezzare le creature appena nate; chiese matrici, poiché provvidero a costruire qua e là nei villaggi circostanti, cappelle o chiese minori.
Verso il secolo IX in Brianza le chiese matrici o plebane erano a Vimercate, Agliate, Mariano, Seveso, Incino borgo e castello , Missaglia, Garlate, Brivio, Oggiono, Desio e a Galliano, presso Cantù.
Il " vico Galbiate" è citato nell’887 (Cod. Long.) ma acquistò importanza solo intorno al Trecento; le chiese di San Vittore, primitivo titolare della chiesa di monte Barro e San Giovanni Evangelista sono molto antiche, ma soprattutto Sant’Eusebio al Rizzolo (già ai tempi di San Carlo
era vecchia e decrepita) è interessante-, petchè vicina ad una necropoli e ad un’altura detta tuttora "castello" ; la dedicazione richiama le missioni antiariane tra i barbari, forse installati nel castello. Infatti i barbari approdavano al Cristianesimo generalmente nella forma ariana e pertanto nei secoli V e VI la Chiesa Cattolica svolgeva un’intensa opera di predicazione per avviarli al Cristianesimo nella sua versione ortodossa.

FEDERICO II, GUELFI E GHIBELLINI, VISCONTI E TORRIANI

I problemi che agitarono il XIII secolo sono numerosi e complessi. Le società o corporazioni di popolani si combattevano per il controllo del Comune di Milano: gli enti ecclesiastici tentavano di evadere il fisco comunale; i nobili volevano esenzioni e riconferma di diritti feudali da parte del Comune; la popolazione della campagna si divise anch’essa in partiti, specie la gente di piccoli paesi; in genere le città minori cercavano una autonoma capacità politica contro le pretese milanesi, appoggiandosi a questo o quel partito di Milano che potesse consentire maggior libertà.
Per i dissensi tra il Comune di Milano, controllato dai Torriani o Della Torre, grandi feudatari della Valsassina, di parte guelfa, e la chiesa milanese, Lecco e Galbiate tornarono a ospitare il partito ghibellino, accogliendo le famiglie fuggiasche e anche numerosi eretici. Si aprì così una seconda fase di aperto contrasto tra l’arcivescovo e le consorterie popolari. Tale contrasto era imperniato sulla lotta delle famiglie Visconti e Della Torre, rappresentanti delle due tendenze.
La lotta s’era manifestata terribile nel 1261 con il trionfo della parte popolare, la quale costrinse i nobili milanesi a ritirarsi e fortificarsi nel castello di Tabiago ed infine ad arrendersi a discrezione.
Ma l’anno seguente, essendo stato eletto arcivescovo di Milano Ottone Visconti, seguì il principio della fine dei Torriani. Infatti – quando Martino Della Torre impedì a mano armata al nuovo arcivescovo l’accesso alla sua sede, Papa Urbano IV pose su Milano l’Interdetto, che si protrasse tra le contese più vivaci sino al 1266.
Le dolorose vicende però finirono più tardi, quando i Visconti ed i nobili conquistarono nel 1275 Carate, poi successivamente Cantù, Mariano, Meda e Vimercate, e a poco a poco quasi tutta la Martesana; al principio del 1277 piantarono la croce e la bandiera dell’arcivescovo sul campanile di Seregno.
I Visconti, tranne brevi intervalli, tennero il dominio fino alla metà del Quattrocento; estesero assai i confini e la potenza della loro signoria e lasciarono memoria di grandi glorie (per es. il Duomo di Milano e la Certosa di Pavia). Àzzone Visconti (1302-1339) nel 1335 frenò l’albagia dei signori della Martesana ed imponendo la sua autorità e pubblicando editti, fece rifiorire nel contado l’agricoltura, da gran tempo trascurata e danneggiata.
All’antica famiglia feudale di Milano, Galbiate ha dedicato la piccola ma antica via che allaccia la via Mazzini alla via Piave.


IL PONTE VECCHIO

Voluto da Azzone Visconti per agevolare le comunicazioni tra Lecco e Milano, ed in generale fra le vallate alpine, i centri del Lario e tutta la pianura milanese, sorse dove il lago si restringe e l’Adda torna ad essere fiume. Il ponte vecchio ebbe all’inizio otto arcate e due torri di guardia alle imboccature: costruito nel 1336-38, gli furono aggiunte altre due arcate al tempo di Giovanni Visconti, cioè fra il 1349 e il 1354. Ulteriori lavori di ampliamento e di rafforzamento furono eseguiti a cura di Francesco I Sforza nel 1442. Gli ultimi restauri risalgono alla seconda metà del secolo scorso.
Si dice che i brianzoli, avendo concorso alla costruzione del ponte per l’opera di due archi della sponda occidentale del fiume, furono per questo loro lavoro ricompensati (dai Visconti) con la concessione che i limiti della loro terra arrivassero fino all’Adda ed esattamente fino alle due prime arcate, comprendendo quindi tutto il Monte Barro.


GALBIATE GHIBELLINA

Nel 1373 i nostri paesi ebbero a soffrire gravi danni, quando Papa Gregorio I, non volendo censure e anatemi contro l’audace e sanguinano Barnabò Visconti, bandì contro di lui la crociata, facendone capo il valoroso Amedeo di Savoia, il quale invase lo Stato Visconteo e la Brianza, che dal Visconti era stata qua e là protetta con fortezze e castelli. Subito dopo aver vinto e obbligato il savoiardo ad uscire dalla Brianza, il Visconti si vendicò aspramente contro i signori, castaldi e contadini che, ribelli al loro signore, avevano parteggiato e soccorso di braccia e vettovaglie il suo avversario; nel monastero di Civate aprì in una sala il suo tribunale, citò l’abate (un monaco cistercense) e lo condannò con un suo dipendente ad essere tagliato a pezzi e dato alle fiamme.
A Barnabò successe Gian Galeazzo che perdonò alle famiglie dei suoi avversari e il 1° giugno 1385 concesse l’esenzione di tutte le taglie a varie comunità, parentele, uomini di Galbiate ecc. appartenenti alla parte ghibellina, " exceptis guelfis".
Chi verso il 1390 avesse percorso le rive dell’Adda, da Olginate a Cassano, come pure la valle di San Martino e la Brianza, sarebbe stato colpito da un comportamento molto strano della popolazione. Infatti dappertutto contadini portavano un segnale di vario colore che contraddistingueva i ghibellini dai guelfi. I primi portavano alla cintura una fascia bianca e sulla testiera del cappello un fiore, ordinariamente una rosa dello stesso colore; i secondi avevano il fiore e la fascia color vermiglio (rosso vivo).
Questi due nomi, già noti da antica data in Italia, e che fu tono seme di tremende discordie, avevano perso ormai il loro orginario significato e non servivano più a distinguere i favoreggiatori dell’imperatore o del pontefice.
In quel periodo quando s’accendeva una discordia, un dissapore, una contesa in un paese, ogni contadino, sull’esempio del suo padrone, assumeva uno di questi due nomi senza conoscerne il significato.
Nel periodo di tempo dal 1390 al 1400 in Val San Martino, erano detti Ghibellini i fautori della casa Suardi di Bergamo, o guelfi i seguaci di casa Colleoni; in Brianza poi la linea di demarcazione fra le due parti era segnata dall’amore o dall’odio verso il duca di Milano, chiamandosi ghibellino chi favoriva la sua causa, guelfo chiunque stava per la causa contraria.
Il 10 dicembre 1393 i ghibellini di Olginate e di Galbiate, tronfi della predilezione ducale, danneggiarono Medolago, Solza, San Gervasio, e prevedendo che non sarebbero tardate le vendette dei guelfi, si ritirarono a Vanzone in casa di Antonio Suardi. Le vendette non mancarono di ricadere sui ghibellini, che sorpresi dai guelfi di Guardino Colleoni, furono in parte uccisi e in parte costretti alla fuga. Le cose non camminavano più quiete nemmeno nell’interno della Brianza, dove tutto il piano di Erba fu messo a soqquadro da Franchino Rusca di Como, che unitosi ai ghibellini di Olginate e coi loro vicini di Galbiate, dopo aver fatto scempio e razzie a Lecco, a Varenna e a Mandello, si era gettato furibondo nella pieve d’Incino.


DALLA FINE DEI VISCONTI ALLA REPUBBLICA AMBROSIANA

Con Gian Galeazzo 1378-1402: che nel 1395 comprò dall’imperatore Venceslao il titolo di duca, la grandezza viscontea raggiunse l’apogeo.
Ma mezzo secolo dopo, nel 1447, i Visconti cessarono di governare. Essendo morto il 14 agosto senza figli e senza aver nominato eredi il duca Filippo Maria, ultimo discendente maschio del ramo principale, i milanesi, rifiutando obbedienza a chiunque, costituirono un governo proprio con a capo alcuni capitani, sotto il nome di Aurea Repubblica Ambrosiana, in onore di Sant’Ambrogio.
La Repubblica tuttavia si trovò immediatamente circondata da numerosi nemici e pretendenti alla corona ducale, specialmente la Repubblica di Venezia, che mirando a impadronirsi della Lombardia (nel 1428, servendosi di Francesco Bussone detto il Carmagnola) era giunta fino all’Adda.


L’ETA SFORZESCA

Francesco Sforza, cui Filippo Maria Visconti aveva dato in moglie una figlia naturale, Bianca Maria, e quindi costituiva un altro pretendente alla successione, dapprima si mise al servizio della Repubblica Ambrosiana, poi ai accordò coi Veneziani e nel 1448 si impadronì della Martesana, nella quale era compresa la Brianza.
Fu proprio in questo tempo (daI 1427 al 1450) che fazioni guerresche ruppero la quiete del Monte Barro e delle alture circostanti, prima tra i Veneziani e Ducali, poi tra Francesco Sforza e le truppe alleate veneto-milanesi.
Lo Sforza ebbe l’accorgimento di amicarsi alcune famiglie brianzole poco favorevoli alla Repubblica Ambrosiana: i d’Adda di Olginate, i Nava di Barzanò, gli Isacchi di Barzago, i de Ripa (=Riva?) di Galbiate, proprietari del Castello di Sant’Ambrogio a Rizzolo, che per i metodi di battaglia e la tattica di allora aveva un cunicolo sotterraneo comunicante con la Torre.
I de Ripa ebbero dallo Sforza l’incarico di difendere Monte Barro contro i Veneziani, accampati nella valle di San Martino sopra Calolzio.
All’approssimarsi dei Veneziani i de Ripa armarono i loro contadini e difesero bene il nostro monte mentre Francesco Sforza combatteva quei Veneziani che si erano fortificati sul San Genesio, sopta Valgreghentino.
Michele Attenedolo per conto di Venezia, attaccò in Brianza e il 23 giugno 1447 caddero le fortificazioni del Monte Barro.
Tre anni dopo Francesco I Sforza, dopo aver sconfitto e respinto i Veneziani entrò signore in Milano e per durando lo stato di guerra, ritenne opportuno munire il Monte Barro con una rocca, anche perché Bartolomeo Colleoni aveva tentato di assalire gli sforzeschi alle spalle, penetrando nella Valsassina.
La rocca di Monte Barro, venuto meno lo scopo per il quale fu eretta, finì con l’essere rasa al suolo nel 1507 dai francesi, che erano divenuti padroni del ducato milanese.


LA SCONFITTA DI ADUA

Verso la fine del secolo XIX anche l’Italia, ultimo tra gli Stati d’Europa, comincio una politica coloniale.
La nostra prima colonia fu la baia di Assab, sul Mar Rosso. Nel 1883 fu occupato il porto di Massaua. L’imperatore d’Etiopia, il negus Giovanni II, inviò ingenti forze, guidate dal ras Alula, per ricacciare i nostri. Un battaglione, comandato dal tenente colonnello De Cristoforis, caduto in una imboscata presso Dogali, fu interamente trucidato dagli Abissini. Sollecitato da Francesco Crispi, presidente del Consiglio, il governatore dell’Eritrea, generale Baratieri, affrontò in campo aperto gli Abissini, enormemente superiori di numero (centomila uomini contro quindicimila) ad Abba Garima, presso Adua (1°marzo 1896).
Nonostante l’eroismo disperato dei nostri soldati la battaglia si risolse in una disfatta, che smorzò per lungo tempo le nostre ambizioni coloniali nell’Africa Orientale. Molti furono i caduti, tra cui il soldato Rocco Milani di Villa Vergano.


LE PRIME AGITAZIONI

Il 1897 deve essere stato il primo anno sindacalmente " caldo " della storia galbiatese. Le ostilità iniziarono il14 novembre: un gruppo di circa ventiquattro operaie rappresentanti delle compagne delle due filande operanti in Galbiato, dopo aver interrotto il lavoro per tre giorni, dal 10 al 12, pensarono di chiedere la mediazione del Sindaco Francesco Aldeghi.
Esse si lamentavano che " nelle filande vige un duro sistema di disciplina, di castighi e di multe ".
Il Sindaco Aldeghi non tardò a constatare le condizioni inumane riservate durante il lavoro a diverse operaie setaiole. Il primo cittadino convoco subito il filandiere Siro Colombo che ritroveremo nel settembre 1902 nelle funzioni di vice Sindaco, conduttore della filanda del Rizzolo (ora piazza Trieste) il quale acconsentì a mitigare il sistema delle multe.
Quella del novembre 1897 però fu una conciliazione soltanto apparente, non soddisfaceva il senso di umanità, sotto sotto covavano i fermenti. se non di rancore, per lo meno di una intima ribellione ad un trattamento pur sempree ingiusto: questi fermenti suscitarono, alcuni anni dopo, altre agitazioni.


GALBIATE A FINE OTTOCENTO

Nel 1881 Galbiate era già un grosso borgo di 2151 abitanti, con un pur sempre vasto territorio comunale. Meno floride erano le casse comunali, messe tra l’altro a dura prova dai sussidi alle famiglie colpite dalle varie malattie: della vite (fillossera 1879-1885-1892); della popolazione (tifo 1897); delle cose (cicloni del febbraio 1898 e luglio 1910) e del bestiame (afta epizootica 1898).
Nuove iniziative industriali, come le cave di pietrisco, non bastarono a contenere la vivace schiera delle filandaie e quella dei muratori che scesero sulla piazza con scioperi dai risvolti violenti tra il 1897 e il 1901.


LA GIUNTA DELLA LIBERAZIONE

Anche a Galbiate, in armonia con quanto si stava verificando ovunque dopo l’8 settembre 1943 si era costituito un C.L.N. locale al quale appartenevano i rappresentanti delle diverse forze politiche locali, con compiti di assistenza degli sbandati, delle famiglie dei partigiani, di quanti -via via rappresentavano la maggioranza — dimostravano di opporsi al nazi-fascismo.
Allorché il 23 aprile 1945 l’insurrezione popolare, che era stata a lungo preparata dai Comitati di Liberazione Nazionale, si fece aperta segnando la definitiva sconfitta delle forze tedesche e fasciste, si ricostruisce anche in Galbiate una Giunta municipale, come espressione del C.L.N. costituita dai signori: Bonacina Giuseppe fu Carlo, Conti Luigi fu Giuseppe, vice Sindaco, Panzeri Carlo fu Serafino, Panzeri Giovanni fu Ernesto, Riva Emilio fu Giuseppe, Spreafico Michele fu Pasquale, Tentori Cesare fu Battista che assumerà la carica di Sindaco, il primo Sindaco di Galbiate dopo la Liberazione.
I compiti di questa prima Amministrazione, che durò in carica fino alle elezioni del marzo 1946, in relazione alla difficile situazione in cui versava tutta l’Italia in conseguenza di una guerra disastrosa, erano quanto mai ardui: ridare ordine e organicità all’Ente Pubblico, reperire generi alimentari a favore della popolazione, costruire l’acquedotto di Poagnano, dotandolo del primo impianto per la distribuzione dell’acqua potabile nelle case del paese. Le elezioni comunali del 17 marzo 1946, per la prima volta dopo oltre vent’anni, chiamarono il popolo a scegliere i propri amministratori.
Il Sindaco, nella persona del comm. Giuseppe Aldeghi, venne eletto il 24 marzo dal Consiglio comunale.


VITTIME DELL’ANARCHIA

La mattina di giovedì 12 aprile 1928 mentre il re Vittorio Emanuele III stava per giungere nel recinto della fiera campionaria di Milano per l’inaugurazione, in corrispondenza del n. 18 del piazzale Giulio Cesare avvenne un micidiale scoppio. I presenti raccontarono di aver visto piegarsi uno dei grossi pali di sostegno della illuminazione pubblica, mentre dalla base del paio stesso si proiettavano in tutte le direzioni schegge a guisa di proiettili. Le vittime furono 17 e una quarantina i feriti. Tra i morti numerosi furono militari e tra questi ci fu l’alpino Biagio Aldeghi di Mozzana, vittima innocente di un folle gesto anarchico, mentre adempiva ai suoi doveri.
Il padre dell‘Aldeghi, la mamma era già scomparsa, assistette all’arrivo della salma conducendo per mano un altro figlioletto di appena tre anni.
Egli sembrava impietrito dal dolore e con quella eroica rassegnazione propria degli umili aprì la bocca solo per dire "L’è mort per el sò rè".
I funerali dell’Aldeghi si svolsero alla presenza del Commissario prefettizio Cantore dott. Pasquale, dell’avvocato Boccardi dell’Associazione Alpini di Intra e del parroco don Giuseppe Zucca. La salma fu tumulata nel piccolo cimitero di Bartesate.


LA TENDA ROSSA DEL DIRIGIBILE ITALIA

Quella che da qualcuno era stata chiamata la "passeggiata al Polo Nord" terminò alle 3,30 del 25 maggio 1928 con una catastrofe. Sulla via del ritorno, a oriente delle isole Svalbard, l’aeronave al comando del generale Umberto Nobile, precipitò sulla banchisa sfasciandosi completamente. Lo stesso Nobile scrisse che le cause della tragedia dovevano probabilmente essere attribuite a "strappi nell’involucro" mentre "le ragioni reali rimarranno un mistero per sempre".
Il mistero, secondo l’ingegnere sovietico Konstantin Sedykh, ha invece una spiegazione. L’involucro del dirigibile era stato strappato dopo che gli uomini dell’equipaggio vi erano saliti sopra per spalare la neve che l’aveva ricoperto durante una sosta. Le piccole lesioni provocate dalle pale e dagli stivali non avrebbero compromesso nulla in condizioni normali di navigazione, ma non resistettero alle forti raffiche di vento che investirono l’aereomobile, si allargarono, dando luogo a fughe di gas e alla fine fecero precipitare il dirigibile. La catastrofe, risparmiando nove dei dieci uomini dell’equipaggio, li aveva posti nella più tragica situazione. Ma la Provvidenza aveva pensato a loro.
In quel volo era stato previsto uno sbarco sui ghiacci e perciò si era preparato un involto contenente un sacco a pelo, una tenda, viveri e indumenti.
L’involto, collocato sul tetto della navicella, era uscito dallo squarcio della carena, La scoperta di questo miracoloso soccorso rincuorò i naufraghi. La navicella, come dicemmo, era andata in pezzi: quando si trattò d’imbastire l’antenna per la radio con i pezzi tubolari delle armature, il segmento più lungo misurava trenta centimetri, intanto veniva alzata la tenda, una piccola tenda Moretti, di seta. Per renderla più visibile dall’alto, vi spruzzarono del liquido rosso, ricavato dalle bombolette per la misura dell’altezza,
I documenti pervenuti sino a noi attestano che il filato di seta, usato per fabbricare la tenda, venne prodotto da operaie galbiatesi e gratuitamente donato dal podestà Arturo Stucchi, filandiere in Galbiate.


L’IMPERIALISMO FASCISTA E LA GUERRA D’ETIOPIA

Mussolini decise di riaprire, a distanza di quarant’anni dalla prima spedizione africana, il problema dei rapporti con l’Etiopia e, prendendo a pretesto un incidente di frontiera, iniziò la guerra a questo paese il 3 ottobre 1935. Le truppe italiane, molto superiori per mezzi, iniziarono l’avanzata dalla parte dell’Eritrea al comando del maresciallo Badoglio e dalla parte della Somalia al comando del generale Graziani. L’esercito etiopico, guidato dal negus Ailé Selassié, si difese valorosamente, ma dopo sette mesi di campagna militare, condotta con durezza, gli Italiani entrarono nella capitale etiopica, Addis Abeba. Il 9 maggio 1936 Mussolini proclamò che la guerra era vinta e che Vittorio Emanuele III aggiungeva al titolo di re d’Italia quello di imperatore d’Etiopia.
Galbiate annoverava una nuova vittima della guerra: il 1937 si chiudeva con l’olocausto della giovinezza del soldato Tarcisio Bassani, spirato nella sua terra di Villa Vergano, in seguito a malattia contratta in Abissinia. Se si guarda alle conseguenze a largo raggio scaturite dall’impresa etiopica, si deve riconoscere che il miraggio della conquista rappresentò per Mussolini l’inizio del crollo, essa ci gettò nelle braccia di Hitler, insinuò le prime tentazioni razziali, accentuò il culto della personalità e i deliri di grandezza.


LA SECONDA GUERRA MONDIALE

La seconda guerra mondiale 1939-1945 fu guerra ideologica, combattuta da Inghilterra, Francia, Russia e Stati Uniti contro il nazismo tedesco e l’imperialismo giapponese. Scatenata la guerra nel 1939, la Germania conquistò in breve tempo vastissimi territori in Europa. La Francia venne piegata nel 1940, ma l’Inghilterra resistette. L’Italia entrò in guerra il 10 giugno 1940, senza ottenere risultati decisivi; l’offensiva contro la Grecia si risolse in un insuccesso. Nel 1941 la Germania attaccò l’Unione Sovietica, penetrando fin quasi a Mosca, ma i Sovietici resistettero e prepararono la riscossa. Alla fine dell’anno entrarono in guerra anche gli Stati Uniti, aggrediti dal Giappone.
Alla fine del 1942 si ebbe la svolta cruciale della guerra: i Tedeschi furono fermati e disfatti a Stalingrado, Italiani e Tedeschi in piena ritirata in Africa settentrionale; i Giapponesi persero l’iniziativa nel Pacifico. Il 10 luglio 1943 gli Anglo-Americani sbarcarono in Sicilia, il 25 luglio cadde il fascismo. L’8 settembre 1943, il governo Badoglio annunciò l’armistizio: i Tedeschi occuparono l’Italia e Mussolini riorganizzò i fascisti in aiuto alla Germania. Nel 1944, mentre gli Alleati liberavano gradatamente la penisola italiana nell’Italia centrale e settentrionale entravano in azione i reparti partigiani, dipendenti dal Comitato di Liberazione Nazionale.
Sempre nel 1944 gli Alleati sbarcavano in Francia e prima della fine dell’anno raggiungevano il confine tedesco, imitati ad oriente dai Russi con una poderosa avanzata. Il 25 aprile 1945 l’Italia settentrionale insorse contro i Tedeschi. Anglo-Americani e Russi, con due grandi avanzate, s’incontrarono nel cuore della Germania. Questa si arrese il 7 maggio 1945. Tre mesi dopo anche il Giappone, sul quale vennero scagliate due bombe atomiche, fu costretto alla resa.
La più grande guerra della storia comportò anche il maggior numero di vittime: secondo un bilancio approssimativo i morti furono 65 milioni, i feriti 35 milioni, i dispersi 3 milioni. Nel 1945, a conti fatti, 44 galbiatesi si erano uniti alla schiera dei Caduti. Di questi 21 erano di Galbiate, 12 di Villa Vergano, 6 di Sala e 5 di Bartesate.
Particolare nota di menzione meritano tre nostri concittadini vittime della crudeltà nazista: Bonacina Giulio, nato a Galbiate il 20 dicembre 1920, residente in Galbiate, località Campa. Preso prigioniero dai tedeschi in Grecia l’8 settembre 1943, fu trasferito in vagone piombato al lavoro coatto in una fabbrica per locomotive di Monaco. Spinto dalla fame a varcare il limite del campo per raggiungere una fattoria, fu internato al campo di sterminio di Dachau, in Baviera, dove subito provò la terribile esperienza della camera a gas, che fortunatamente in quel giorno funzionò solo come doccia ghiacciata. All’ alba del 29 aprile 1945 gli Americani entrarono nel lager e liberarono con lui i pochi superstiti. Per le sofferenze subite, per la forza d’animo dimostrata l’autorità militare ha conferito a Bonacina Giulio la Croce al merito di guerra; Canali Giuseppe, nato a Bartesate nel 1909, fu fucilato dai Tedeschi a Rodi nell’Egeo, il 4 aprile 1945, i suoi resti vennero trasportati nel cimitero di Bartesate il 9 ottobre 1954; Cordenons Aristide, nato a Porcia Udine residente a Galbiate in località Roccolino di Raffaello. Passato nelle file dei partigiani, mentre l’8 settembre 1943 si trovava sul fronte greco, fu ugualmente preso dai tedeschi e deportato in Germania in un campo di concentramento, dove rimase fino all’agosto 1945 quando intervenne la liberazione da parte delle truppe americane. Caricatosi un treno, stremato di forze e logorato irrimediabilmente nel fisico per i due anni passati nel lager, vagò per diverso tempo da una stazione all’altra dell’Europa e arrivò finalmente a Bergamo, da dove il Sindaco del tempo lo prelevò e lo riportò a Galbiate. Ricoverato all’ospedale di Lecco, vi rimase per altri due anni, senza però più ricuperare l’integrità fisica. La Comunità galbiatese assegnò a Cordenons una Medaglia d’Argento in segno i riconoscenza e di partecipazione alla sua sofferenza.


LA CADUTA DI MUSSOLINI

Il 25 luglio 1943, con la caduta di Mussolini, comunisti (un anno prima si riunirono ad Oggiono clandestinamente delegati provenienti da tutta la Lombardia), socialisti, cattolici, repubblicani e azionisti, che sino a quel momento avevano agito nella più stretta clandestinità, si trovarono pronti a costituire unitariamente, comitati cittadini.