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LA CHIESA DI SAN GIOVANNI EVANGELISTA IN GALBIATE 

La chiesa di Galbiate è attestata verso la fine del Duecento, ma si può presumere che sia anteriore, sia per l'originaria intitolazione a San Vittore, concordemente ritenuta indice di vetustà, sia per l'impianto architettonico che mostra ancora oggi elementi romanici (archetti pensili
esterni). Ampliata e dedicata a San Giovanni Evangelista nel Quattrocento, fu consacrata il 26 aprile 1449 dal Vescovo di Trebisonda. Giudicata "abbastanza ampia e bella" nel corso della prima visita di San Carlo a Galbiate nel 1566, fu internamente abbellita nel Seicento, da pregevoli dipinti di maestri lombardi.
Nel Settecento (1727 - 1730) fu radicalmente ristrutturata su progetto di Antonio Quadrio, architetto della Fabbrica del Duomo di Milano: in particolare furono realizzati il coro e gli sfondati delle due Cappelle centrali, furono innalzati tutti i muri maestri e si spostò il fonte battesimale dall'attigua Chiesa Vecchia sulla sinistra dell'ingresso. Furono anche ristrutturate le Cappelle laterali, con l'eliminazione delle prime due per far posto al pulpito e all'organo.
La grande "rimodernatione" settecentesca della chiesa di Galbiate attua per una parte quanto aveva prescritto San Carlo nel 1566 ed era stata una costante della sua azione pastorale: la chiesa parrocchiale diventa il centro verso cui devono convergere le pratiche religiose di clero e popolo di tutta la parrocchia e le Chiese sussidiarie, pur salvaguardate nella loro specificità, non devono diventare centri periferici riservati ed esclusivi di pochi fedeli che rischierebbero di isolarsi dalla vita comunitaria (si fa eccezione per la Chiesa di Sant'Eusebio che ha ragione di mantenere le sue prerogative solo se la Scuola dei Disciplini, a cui è affidata, osserva le Regole che San Carlo stesso detta ex novo; anche l'oratorio dell'Angelo Custode di Camporeso, realizzato nel 1729, diventerà, a causa dell'aumento della popolazione contadina di quella frazione e dei nuclei agricoli circostanti e in forza di un apposito lascito, la sede in cui per quasi un secolo - dal 1805 al 1892 – sarà celebrata una Messa in tutti i giorni festivi dell'anno). In secondo luogo San Carlo ripristina a Galbiate, come in tutte le altre Chiese a partire dal Duomo, la centralità del culto eucaristico, perno della Riforma cattolica: ciò comporta anche delle ristrutturazioni delle chiese, dal momento che l'altare maggiore presso cui deve essere collocato il tabernacolo, deve recuperare una posizione preminente con spazi liberi davanti (ecco allora a Galbiate l'eliminazione dei primi due altari e delle prime due Cappelle) e dietro (con la realizzazione dell'abside e del coro): proprio dall'abside doveva filtrare una grande luce verso l'altare maggiore a simboleggiare che Cristo è luce del mondo (nel 1979, durante i lavori di scrostamento dell'intonaco esterno dell'abside sono venute alla luce le tracce di due lunghi finestroni ad arco, murati successivamente e ridotti, forse per ragioni statiche, o meteorologiche, dato che contro l'abside si infrange la breva, vento che soffia dall'Adda verso il Monte Barro e che s'accompagna spesso a violente precipitazioni.
Infine San Carlo diede impulso all'abbellimento delle Chiese: in particolare a Galbiate nell'omelia tenuta il 30 giugno 1583 aveva esortato i galbiatesi a curare il decoro della Chiesa e degli altari per manifestare in tal modo la loro fede, specie di fronte all'eresia protestante che negava la presenza reale di Cristo dell'Eucarestia dopo che si termina la Messa.
Con la realizzazione del portico (1773) e dell'Ossario (1779) e la sopraelevazione del campanile (su progetto dell'Ing. Giovanni Brioschi a cui collaborò l'arch. Giuseppe Bovara) la Chiesa di Galbiate assunse la sua attuale configurazione.
La fase creativa si può considerare conclusa con la realizzazione dell'altare maggiore in marmi policromi (1800) e del nuovo organo nel 1827, opera dei sommi Serassi.
Successivamente, in modo particolare negli ultimi decenni del nostro secolo, gli interventi effettuati sono stati di natura conservativa, ispirati a criteri di rigoroso restauro scientifico, con apprezzabili risultati anche per il recupero del patrimonio artistico e architettonico.
La Chiesa Parrocchiale di Galbiate è il risultato di specifici apporti dati dalle varie epoche: vi possiamo riconoscere elementi tardo gotici (affreschi), la solarità cinquecentesca (le tavole di San Rocco e di San Sebastiano), la macerata spiritualità secentesca e la grandiosità barocca (le tele), la razionalità la grazia la simmetria e l'armonia settecentesche (la struttura architettonica derivante dalla rimodernazione promossa dal Monticelli) elementi barocchetti (affreschi della cappella del Carmine) e infine il neoclassicismo del primo Ottocento (il campanile e il monumento funebre del Brioschi progettato dal Bovara).
Tutto concorre tuttavia a determinare un complesso carico di storia e d'armonia.

1. GLI AFFRESCHI
A) In "Chiesa Vecchia"
L'esame, con metodo del C14, di un frammento ligneo, prelevato dallo stipite di una finestrella della facciata, ha confermato ciò che già si ipotizzava, vale a dire l'attribuzione di questa Chiesa (originariamente forse uno xenodochio, vale a dire luogo di ricovero per viandanti di passaggio) a un arco cronologico che va dal IX al X secolo comunque anteriore alla costruzione dell'attuale Parrocchiale.
La presenza del fonte battesimale fa propendere per una dedicazione a San Giovanni Battista (dalle fonti non è chiaro a quale San Giovanni sia dedicata).
Da una piantina del 1577 risulta più ampia dell'attuale: è stata infatti ridotta nelle sue dimensioni all'inizio del Seicento, allo scopo di lasciare più spazio alla casa parrocchiale.
Nel 1921 sono stati ritrovati degli affreschi sulla facciata esterna e così pure durante i lavori di restauro e consolidamento (1985-86) nella contro facciata e all'interno; in questi ultimi anni l'edificio viene utilizzato come sala parrocchiale e viene adibito a mostre ed esposizioni promosse dalla Parrocchia o da essa autorizzate.
Nei frammenti pittorici (Sant'Antonio, Sant'Apollonia e altra Santa) ritrovati nel 1921 sulla facciata occidentale è riconoscibile la stessa mano di un pittore viandante operante nella prima metà del Quattrocento.
Tale pittore è anche autore di Madonna col Bambino in trono affrescata sul pilastro della navata nella Chiesa di San Calocero a Civate e Madonna col Bambino in trono fra San Cristoforo e un altro Santo dipinto sulla parere sinistra della Chiesa di San Dionigi alla Rocca di Valmadrera.
L'autore dell'affresco si è probabilmente avvalso dello stesso cartone per la Vergine, e, con leggere modifiche, per il Bambino; simile è la decorazione per il dossale del trono.
Sulla contro facciata occidentale si incontra per prima l'immagine di Sant'Apollonia; il contrasto rispetto all'analoga figura dipinta sulla facciata è marcato: là l'incarnato è di un bel rosa acceso, qui il viso è di una tonalità grigio-cinerea; nell'altra figura la veste era di un rosso fiammante, qui l'abito è bianco, solo con profilature gialle. Assegnabile al tardo Trecento. La stessa a tecnica con il volto dipinto a colore giallo-cinereo si trova in due Santi monaci affiancati.

Madonna in trono con il Bambino e San Pietro è attribuibile al primo Quattrocento e per quanto presenti analogie con la Madonna in trono con il Bambino di San Calocero, è opera di un frescante di formazione culturale e tecnica non molto elevate.

Sulla lesena della parete settentrionale appare un frammento con il volto di Santa Caterina, dal capo aureolato e cinto dalla corona: prima metà del Quattrocento.
Dopo lo spostamento del fonte battesimale dalla Chiesa Vecchia alla Parrocchiale nella prima metà del Settecento, furono affrescati i due archi chiusi con la rappresentazione del Battesimo di Cristo e della Madonna del Rosario.

B) In Chiesa Parrocchiale

Madonna con il Bambino con a fianco San Rocco, conosciuta come Madonna del Buon Consiglio (subito dopo l'ingresso in Chiesa, sulla sinistra).
Ritrovato nel 1906 e attribuibile cronologicamente ai primi del Cinquecento; opera di un artefice di levatura non eccessivamente elevata e non immemore di influssi della cultura popolare.
Virginio Longoni la attribuisce, per analogie che presenta con affreschi in San Martino di Valmadrera (drappeggio a motivi rabescati) a Tommaso Malacrida, un pittore itinerante originario di Musso e dimorante in Oggiono che "sembra aver monopolizzato nel monte di Brianza quei lavori artigianali, semplici e comunicativi, che piacevano al popolo delle colline".
Così "legge" il dipinto Oleg Zastrow: "l'immagine di forma pressoché quadrata, presenta la figura di Maria in trono con il piccolo Gesù seduto sul suo grembo; a fianco è raffigurato in piedi San Rocco, nella consueta iconografia del pellegrino (con sul largo cappello la tau e le chiavi incrociate) reggente con la mano destra il lungo bastone, mentre con l'indice della sinistra allude alla piaga visibile sulla gamba. La figura mariana è riprodotta in atto di preghiera e il Bimbo porta al collo, così come in molteplici casi analoghi, una collanina di coralli. Presso l'angolo superiore sulla destra, è dipinto lo stemma della nobile famiglia dei Riva, e si nota la presenza di un castello.
Madonna in trono con il Bambino e San Pietro martire (ritrovato nel 1983, prima cappella a sinistra procedendo dal presbiterio in senso antiorario).
Composizione che si rifa ad archetipi trecenteschi ed eseguita nella seconda metà del Quattrocento per mano di un frescante ancor più intriso di una formazione di tipo popolare, rispetto la precedente pittura. Non vi è alcun dubbio nell'identificarlo in quel pittore viandante o "madonnaro" che ebbe a dipingere due delle Vergini in trono con il Bimbo localizzate nella parete meridionale della Chiesa di San Michele ad Introbio. L'autore ha effettuato dei multipli, tramite l'uso di un prototipo precostituito.
Vi è rappresentata la Madonna in trono, con in braccio il piccolo Gesù, mentre a lato sta, in piedi, San Pietro martire, caratterizzato dalla veste dei Domenicani e dalla mannaia (falcastro) confitta nel capo. Trono traforato da molteplici biforette, vestina del piccolo Gesù spartita in rigide pieghe a ventaglio.
Pietro da Verona fu canonizzato nel 1253, un anno dopo il martirio, e il suo culto si diffuse immediatamente in un periodo in cui era sentita l'esigenza di richiamare la pietà popolare all'ortodossia cattolica; San Pietro martire aveva pagato con la vita la strenua lotta contro l'eresia dei Catari presenti nella bassa Brianza (questi eretici non accettavano il dogma della Trinità e condannavano la Chiesa gerarchica).
In particolare il tema trinitario è in questo affresco ricordato in modo ingenuo e al tempo stesso efficace: il Bambino allude con le prime tre dita della mano destra alla Trinità.
L'artista ha rappresentato il personaggio secondo l'iconografia dei più antichi affreschi che riguardano il Santo: il coltellaccio di Carino (così si chiamava il sicario assoldato dai Catari per togliere di mezzo il predicatore domenicano) conficcato nel capo, la palma del martirio in mano. Non è l'inquisitore "benigno a' suoi e a' nemici crudo" (carica che pure San Pietro ricoprì per sei mesi, senza per altro emettere nessuna condanna) che qui si vuole rappresentare, ma il fervido credente "usque ad sanguinem" e devoto alla Madonna Madre di Dio. La Madonna ha tratti e lineamenti popolani, con cui solo apparentemente contrasta la regalità del trono; il pittore descrive visivamente l'itinerario di una rinuncia che si trasvaluta in grandezza: Maria umile e alta più che creatura.

2. TAVOLE (sui pilastroni del presbiterio)

San Sebastiano: olio su tavola, cm 139 x 55. Scuola lombarda del Cinquecento
San Rocco: olio su tavola cm. 139 x 55. Scuola lombarda del Cinquecento
Sono i più antichi e pregevoli quadri che abbia Galbiate e risentono chiaramente di influssi della Scuola leonardesca (in particolare Cesare da Sesto, 1477 - 1523); anche le cornici e i telai di legno sono di grande valore artistico.
Entrambi questi Santi sono considerati patroni contro la peste.
A seguito del restauro effettuato nel 1983, v'è stato un notevole recupero cromatico, anche nei paesaggi che si intravedono sullo sfondo e che in particolare per San Sebastiano sembrano evocare il territorio galbiatese.

3. TELE

- Nel Coro: Madonna del Rosario ed Angeli musicanti.
Non vi sono notizie circa l'attribuzione di questa tela, che tuttavia per lo stile analogo a quello riscontrabile in un dipinto conservato nel Santuario della Madonna delle Lacrime di Dongo (La Nascita di Gesù) e per la somiglianza di Angeli musicanti può essere assegnata al pittore curegliese GianDomenico Caresana, attivo fra il 1580 e il 1619, e di cui per altro sono conservate opere anche nella Chiesa parrocchiale di Oggiono.
Secondo Federico Cavalieri si tratta di un "dipinto risalente agli ultimi anni del Cinquecento o ai primi del secolo successivo. Più che al Caresana, al quale è stato attribuito, sembra rimandare a Girolamo Ciocca, allievo del Lomazzo del quale si conservano non molte opere a Milano (San Vittore al Corpo ) e alla Certosa di Pavia (Museo)".
Questo dipinto era, prima della rimodernatione monticelliana, nella Cappella del Rosario, eliminata per far posto all'Organo che con una cantoria era correlativo al confessionale e al pulpito "con che - osservava Don Monticelli - viene perfettamente compita la simmetria della Chiesa".

- Quadroni del Presbiterio: Ultima cena ed adorazione dei Magi, opere di Federico Ferrario eseguite nel 1742, come risulta dalla memoria del Parroco Monticelli.
Quadri a tempera forte attribuiti dall'Abate Malvezzi, nel 1879, al Morazzone, forse per le profonde oscurità che li caratterizzano; non si può dubitare però di quanto scrive il Parroco Monticelli: "nell'anno 1742 si sono fatti dipingere dal Signor Ferrario Pittore Milanese li quadroni laterali dell'Altare Maggiore nella Parrocchiale, rappresentanti le sacre istorie esibite dal sig. Curato Monticelli, cioè la Cena degli Apostoli e l'adorazione de SS. Re Maggi a spese delle limosine della Chiesa Parrocchiale, che monta a lire 400 al Pittore cui il sudetto Curato donò n. 4 filippi per tacitarlo, oltre la spesa al sig. Castino indoratore delle cornici".

Procedendo quindi dal lato del pulpito in senso antiorario abbiamo:
Cappella, dedicata a San Vittore.
- La Pietà di Fra Emanuele da Como, Minore Riformato (Como 1625, Roma 1701).Olio su tela realizzato tra il 1654 e il 1659.
Una tela molto simile si può vedere oggi esposta e restaurata nella Chiesa di San Giacomo a Como.
Già attribuite, le due opere, ad Antonio Crespi perché la tela di Como si trovava nella Cappella del Crocifisso della distrutta Chiesa di Santa Croce, dedicata successivamente a San Francesco ed affrescata da Antonio Crespi: siccome Fra Emanuele non firmò la sua opera, essa passò come se l'avesse dipinta Antonio Crespi.
La tela di Galbiate, ora esposta nella Cappella di San Vittore, si trovava nella Chiesa di San Bernardino, demolita alla fine del Settecento dopo la soppressione napoleonica di parecchi conventi fra i quali quello di Monte Barro e l'Ospizio di San Bernardino. Il Governo, nel mettere all'asta  nel 1798 l'Ospizio di San Bernardino, si era riservato il dipinto della Pietà, quale opera d'arte. Siccome però l'anno successivo il convento di Monte Barro è stato ripristinato, alle dipendenze della Parrocchia di Galbiate, il dipinto fu consegnato alla Parrocchia stessa. E' per questo motivo che la tela entrò a far parte del patrimonio artistico-devozionale della chiesa di Galbiate.
Rispetto alla tela conservata a Como, la tela di Galbiate ha un personaggio femminile in meno e non ha il secondo piano degli angioletti.
Il Cristo non è più disteso ma sulle ginocchia della Madre. Sono rappresentati i tre ordini francescani: 1° (San Bernardino, riconoscibile dalle tre mitrie posate per terra, simbolo della triplice rinuncia a diventare vescovo), 2° (Santa Chiara, riconoscibile dall'Ostensorio), 3° (San Ludovico d'Angiò, riconoscibile dalla corona regale).
Qui il dramma umano è più accentuato e la luce non viene dall'alto, ma di fronte a rilevare maggiormente i lineamenti dei personaggi principali.
Manca qualsiasi accenno al paesaggio: l'attenzione dell'artista è tutta rivolta, ai personaggi, ai loro volti, alle loro movenze, ai loro gesti. Ciò che sta al di fuori sembra non interessarlo. Fra Emanuele mira all'intimo, all'interiore, là dove si vive e si consuma ogni realtà umana.
Fra Costantino da Valcamonica dice: "Frate Emanuele da Como fu non solo pittore esimio, ma eziandio religioso di grande pietà e virtù e le doti dell'animo andavano in lui innanzi più assai che i pregi dell'ingegno".
E' proprio degli uomini spirituali, anche quando sono artisti, guardare all'intimo dell'uomo.

Cappella, dedicata alla Madonna del Carmine
La cappella centrale, più sfondata e alta delle altre due, conserva la statua della Madonna del Carmine, risalente al 1850 circa.
A questa cappella era aggregata la confraternita del Carmine eretta nell'Ottobre del 1647, in terza domenica; l'anniversario di costituzione di questa confraternita, interessando pressochè tutta la popolazione galbiatese, finì per diventare la festa del paese, Festa de Galbiàa, giunta ora alla 363^ edizione.
La cappella è ornata di preziosi affreschi barocchetti realizzati, come documentato da Giada Valenzano nella sua tesi di laurea, pagg. 73-75, nel 1756-57 dai "Pittori di Monza" che avevano appena terminato di decorare ad affresco la volta della Cappella di Sant'Ambrogio.
L'affresco della volta rappresenta l'istituzione dell'abitino: è Maria che dà l'abitino al Beato Simone Stok.
Degna pure d'attenzione la tavola posta a mo' di paliotto dell'altare della cappella e rappresentante la dormizione della Vergine: opera del pittore Morgari di Torino (inizio Novecento) che aveva messo mano, secondo il Sovrintendente Magni in modo "inconsulto", al restauro dell'affresco della Madonna del Buon Consiglio.
Cappella, dedicata a San Giuseppe
-Sposalizio della Vergine e di San Giuseppe
Bellissima ancona dipinta da Morazzone": così il Parroco Ercole Canali verso la fine del Seicento. Il Parroco Monticelli parla di "bellissima tela, dicesi del Morazzone, rappresentante lo sposalizio di San Giuseppe e Maria Vergine".
Pure l'Abate Malvezzi, Sprintendente alle Belle Arti, l'attribuisce a Pier Francesco Mazzucchelli (1573-1626) detto il Morazzone. Secondo Federico Cavalieri l'opera è di sicuro ascendente morazzoniano, ma non di Morazzone stesso. "Si può forse più utilmente paragonare ai modi di Andrea Bianchi detto il Vespino, attivo anch'egli per il Borromeo nei primi decenni del '600, del quale è noto un numero piuttosto limitato di opere (per lo più a Milano)".
La tela fu realizzata a seguito di un ordine impartito dal Cardinal Federigo nel 1615, a spese del notaio Ambrogio Riva di Galbiate (icona ornamento circumdata congruo et docta manu expressa paretur).
Il titolo di San Giuseppe fu qui trasferito dalla eliminata cappella in corrispondenza dell'attuale pulpito; la Cappella di San Giuseppe in precedenza era dedicata a Sant'Eurosia (martire spagnola dell'VIII secolo) la cui immagine si vede ancora dipinta sulla cuspide della pala.
Fino agli inizi del Novecento si celebrava a questo altare, a spese del Comune, una messa in canto il 25 giugno giorno della Santa, in adempimento di un antico voto della comunità di Galbiate. Era questo di Sant'Eurosia un culto che si propagò grazie alle relazioni politiche della Spagna con la Lombardia. Protettrice dei frutti della terra, Sant'Eurosia era invocata contro le tempeste e i fulmini e per ottenere la pioggia.
Cappella dedicata a Santa Caterina
- Il martirio di Santa Caterina d'Alessandria
Olio su tela di Ludovico Vignati, pure autore di un'ancona esposta ancora nel Settecento nella cripta della chiesa di San Michele, rappresentante le anime del Purgatorio, ma di cui oggi non v'è più traccia.
La grandiosa composizione di questo pittore che ha operato verso la fine del Seicento, anche in Valsassina (Baiedo, Primaluna, Introbio), si prefigge lo scopo di suscitare "meraviglia" e sembra indulgere a concessioni stilistiche atte a commuovere l'ingenua fantasia popolare: la Santa esce miracolosamente indenne dal supplizio della ruota, che invece stritola i suoi carnefici, mentre parecchi astanti si affacciano dagli angoli più impensati e inverosimili a contemplare estasiati la scena; i fulmini scagliati da un Padre Eterno "olimpico" sembrano roteanti stelle filanti.
Ludovico o Filippo Vignati era imparentato con la nobile famiglia galbiatese degli Erba avendo sposato Clara Erba. Le quadrature, secondo Giada Valenzano, sono opera di Giacomo Lecchi, attivo presso il Duomo di Monza intorno alla metà del Settecento.
Cappella dedicata a Sant'Ambrogio e detta del Crocifisso
- Cristo curato da due Angeli dopo la flagellazione e Cristo in croce con la Maddalena ai suoi piedi, di un pittore lombardo, seguace di Giuseppe Nuvolone, cremonese, (1619-1703) (v. Valenzano pag. 85 e segg.).
Nel 1728 Don Federico Erba fa una donazione generale a favore del nipote Fiorenzo Alberti, Segretario generale del senato di Milano e che aveva ingenti proprietà a Galbiate.
Nel 1732 muore Don Federico Erba, della nobile famiglia, di origine galbiatese, che aveva il patronato sulla Cappella di San Francesco.
Nel 1763 muore Fiorenzo Alberti e lascia erede universale l'Ospedale Maggiore.
Il marchese Francesco Orrigoni, deputato dell'Ospedale, dona le suddette tele alla Scuola del SS.mo di Galbiate perchè siano conservate nella Cappella di San Francesco che era appunto di patronato Erba.
Successivamente le tele, per coerenza con il tema trattato, furono collocate nella Cappella centrale del Crocifisso, in cui è conservato un Crocifisso ligneo del Quattrocento che anticamente stava sull'architrave dell'altare maggiore.
Per quanto riguarda il tema della crocifissione si deve notare che esso nel Seicento è trattato in modo diverso rispetto ai secoli precedenti: i grandi quadri viventi, con una folla di personaggi, cedono il posto a raffigurazioni con due o tre personaggi. "Per i contemporanei del Seicento il maggior difetto che avevano le crocifissioni gremite di personaggi era quello di disorientare la commozione, poichè tanti elementi diversi distraggono la contemplazione e il fervore dei fedeli" (Emile Male, l'arte religiosa nel Seicento, Italia Francia Spagna Fiandre, Milano Jaca Book, 1984).
In questa crocifissione il pittore realizza i canoni della nuova cultura: Cristo morto con la Maddalena. La tensione del dramma vissuta dalla Maddalena è profondamente interiore. Il crocifisso innalzato su uno sfondo rannuvolato, è simbolo della partecipazione della natura alla morte di Cristo.
Scrive il Parroco Monticelli: "Séguita la cappella di sant'Ambrogio la cui ordinazione. come fu prescritto dall'Eminentissimo Federico Borromeo nella di Lui personale Visita l'anno 1615, si vede figurata dal Ferrario, nel scudo che resta a sulla sommità dell'ancona di marmo.....": si tratta dello stesso autore dei quadroni del presbiterio.
Cappella dedicata a San Francesco
- San Francesco sostenuto da un Angelo
Il Parroco Canali (1661 - 1705): "segue la Cappella di San Francesco la quale ha l'ancona con l'immagine bellissima del Santo, stimata molto, del Cerano".
Il Parroco Monticelli (1718 - 1774): "viene in seguito la Cappella di san Francesco d'Assisi; l'ancona, con l'immagine di detto Santo, dicesi del Cerano; molto bella e stimata".
Il dipinto, recentemente riferito agli anni giovanili di Daniele Crespi (1597 - 1630) da Francesco Frangi, è stato restaurato nel 1983 da Claudio Fociani.
L'attribuzione a Daniele Crespi, nonostante le testimonianze archivistiche l'attribuiscano al Cerano (G.B. Crespi Cerano 1576 - Milano 1633, il grande celebratore di San Carlo e autore di molti soggetti francescani) si basa sulla compresenza in questo dipinto di elementi procacciniani (la figura dell'Angelo resa con densità cromatica tipica di Giulio Cesare Procaccini) e ceraneschi (il volto e le mani del Santo modellati con una materia solida e colpita in superficie da fitti bagliori di luce che nel contrasto con l'intonazione livida della carne, toccano un grado di intensità drammatica secondo lo stile del Cerano).
Tale compresenza si ritrova in un'opera giovanile di Daniele Crespi, quale il Sant'Antonio che assiste l'esaltazione dell'anima di San Paolo Eremita nella basilica di san Vittore al Corpo a Milano databile al 1619. Ed è proprio con tale dipinto che la tela di Galbiate si connette, segnando una tappa fondamentale del percorso di Daniele Crespi.
Il Santo è rappresentato con un'intensità estatica e penitenziale impressionante, in sintonia con la macerata spiritualità della Riforma cattolica: San Francesco è in atteggiamento dolente e pietoso che sembra caricarsi di tutte le miserie umane in un gesto di sofferto e totale olocausto.
Tutt'altra atmosfera, questa, rispetto quella che aleggia attorno al Poverello d'Assisi nei testi letterari e nei cicli pittorici del Duecento e del Trecento: non la perfetta letizia e la semplicità di cuore, bensì la scarnificazione delle mani e del volto, l'occhio affissato in contemplazione dolorosa.

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Per approfondire l’argomento possono essere consultate le seguenti pubblicazioni:

1. L. Corti e "Amici di Galbiate", Radici galbiatesi, Grafica Bierre, Missaglia 1980
2. L. Corti - G. Panzeri, Il Santuario e l'Eremo di Monte Barro, Oggiono 1982
3. G. Panzeri, San Carlo a Galbiate, Oggiono 1983
4. G. Panzeri e "Amici di Galbiate" notizie sulla Chiesa di Galbiate, dattiloscritto, 1987
5. Parrocchia di Galbiate, Giornata parrocchiale 1989, Cattaneo Oggiono, 1989
6. Oleg Zastrow, Affreschi gotici del territorio di Lecco 2, Lecco 1990
7. E. Marcellino Ripamonti, Fra Emanuele da Como in "Quaderni della biblioteca del Convento Francescano di Dongo", nn. 3 - 4 - 5, 1990 - 1991
8. Antonella Sartore, Impronte nella Chiesa di San Giovanni Evangelista, dattiloscritto Galbiate 1992
9. Oleg Zastrow, Architettura gotica nella provincia di Lecco, Lecco 1982.
10. F. Moro, Per il censimento delle opere d'arte nella provincia di Lecco, in "Museo Vivo", Cattaneo Oggiono, n. 3, maggio 1993
11. AA.VV., Pitture in Brianza e in Valsassina dall'Alto medioevo al Neoclassicismo, Cariplo, 1993
12. V. Longoni, Umanesimo e rinascimento in Brianza, Electa, 1998
13. G. Valenzano, La Chiesa di San Giovanni Evangelista a Galbiate (Lecco), Tesi di laurea, Anno Acc. 2003-2004

CHIESA DI SAN NICOLAO IN FIGINA

La Chiesa di San Nicolao in Figina, risalente al XII secolo, è un esempio di architettura romanica borgognona, essendo stata costruita per il priorato cluniacense fondato da Contessa, vedova del milanese Azzone Grasso, con atto del 16 agosto 1107. In questo documento, conservato nella Biblioteca Nazionale di Francia, appare una delle prime attestazioni del toponimo "Brianza".
Quanto al priorato di Figina, si sa che esso ebbe vita lunga ma stentata; le rendite erano sufficienti per il mantenimento di pochi monaci; dal 1498 diventò commenda incorporata nell'abbazia di S. Dionigi e dal 1532 fu ridotta a beneficio semplice. Funzionò quindi a Figina un Cappellano che durò fino alla soppressione del beneficio nel 1797. La Chiesa, detta oggi anche di S. Sigismondo, è sotto la giurisdizione della Parrocchia di Villa Vergano; si presenta ad una sola navata, ma le chiamate esterne sui muri perimetrali fanno chiaramente supporre che originariamente doveva essere a tre navate. Internamente oggi presenta un aspetto neoclassico, a seguito di radicali lavori di ristrutturazione avviati dai Prinetti dopo la privatizzazione (1797).
E' degna menzione il "Lezionario di Figina", un codice miniato appartenuto al Monastero di Figina e ora conservato presso la Biblioteca Ambrosiana (msA 190 inf.) ove fu trasferito nel 1603 per ordine del Card. Federigo.

CHIESA DI SANTA MARIA DEGLI ANGELI A MONTE BARRO

La chiesa attuale incorpora il primitivo vetusto sacello dedicato a San Vittore ed ha la fronte rivolta verso ovest; una elegante scalinata, a convergenza prospettica introduce nell'interno. Navata unica, con pavimento in cotto, scomportita in tre campate da arconi a diaframma a tutto sesto, che sorreggono il soffitto di legno a due spioventi. Lo schema, che trova ascendenze nel tardo gotico, è quello di tipo monastico francescano. Infatti fu officiata dai Frati Francescani Riformati dal 1514 al 1810. Fu nel Seicento che la chiesa fu ampliata ed assunse la denominazione di Santa Maria degli Angeli, come in genere avveniva per le Chiese conventuali officiate dai Francescani. Con D.M.
del 17.6.1912, il Ministero della Istruzione Pubblica ha dichiarato questa Chiesa Monumento di importante interesse e l'ha sottoposta alle disposizioni di tutela contenute nella Legge n. 364 del 20.6.1909.
Conserva un pregevole e monumentale altare ligneo risalente al Seicento e recentemente restaurato.
La Chiesa è di proprietà della Parrocchia di Galbiate ed è ancora meta di pellegrinaggi da parte soprattutto dei galbiatesi, devoti alla "Madonna di Monte Barro" detta anche "Madonna del Giglio".